Lotta all’anoressia, anche gli chef in campo

“Le ricette per recuperare un rapporto con il cibo” Il progetto Lifeness dell’Associazione Italiana Chef.

L’esperto Lucio Rinaldi spiega come affrontarli con un approccio non giudicante e comprensivo, per aiutare le persone a recuperare un rapporto armonico con il cibo, la vita e gli altri. Roma, 3 dicembre 2023 – Aumenta in Italia e non solo l’incidenza dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, in particolare l’anoressia, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione incontrollata, chiamato ’binge eating’ dagli specialisti. Un’epidemia silenziosa che, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, rappresenta la seconda causa di morte tra i 12 e i 25 anni. In Italia gli ultimi dati diffusi dal ministero della Salute confermano un aumento della patologia di quasi il 40% rispetto al 2019. Tali disturbi affliggono oltre 55 milioni di persone in tutto il mondo, 3,6 milioni di persone in Italia (circa il 5% della popolazione complessiva).

Un’emergenza sanitaria di fronte alla quale gli chef hanno deciso di scendere in campo con il progetto #CiboAmico, un percorso di educazione alimentare-sentimentale realizzato da Lifeness – associazione di educazione alimentare di prevenzione delle patologie croniche – in collaborazione con il Policlinico Universitario Agostino Gemelli e il Policlinico Universitario di Tor Vergata di Roma. A partire dal mese di febbraio 2024 medici specializzati nei disturbi alimentari lavoreranno insieme a chef professionisti dell’Associazione Italiana Chef in un ciclo di dieci incontri rivolti a giovani che soffrono di bulimia e anoressia per aiutarli a ristabilire un rapporto armonico con sé stessi, con il cibo e con la vita. “Di fronte a questo disagio emergente nella nostra società si può avere un approccio capace di restituire anche ai disturbi alimentari delle potenzialità trasformative se si è in grado di ascoltare e di partecipare alla vita delle persone che stanno vivendo una difficoltà. È necessario creare uno spazio di ascolto non giudicante della difficoltà dell’altro“. Questo il messaggio lanciato da Lucio Rinaldi, psichiatra e psicoterapeuta, professore di Psichiatria presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e responsabile del Day-Hospital di Psichiatria dell’Area Adolescenza e disturbi della Nutrizione presso il Policlinico Gemelli, alla luce dell’incremento dell’incidenza dei disturbi alimentari nel nostro Paese, in particolare tra i più giovani.

Il progetto #CiboAmico va in questa direzione?
“Non si propone come un percorso terapeutico. L’obiettivo è offrire un’opportunità che rappresenti un supporto ulteriore. Insieme agli chef vogliamo provare in dieci incontri ad affrontare la relazione con il cibo ripercorrendo determinati percorsi evolutivi e provando ad aggiungere frammenti di armonia per aiutare i ragazzi a recuperare un rapporto più armonico con il cibo, con la vita e con gli altri”. Stando ai dati sempre più giovani soffrono di disturbi alimentari.

Qual è la sua esperienza?
“Nel nostro ambulatorio al Gemelli dal 2020-‘21 abbiamo avuto un aumento del 48-50% delle richieste. Persone sempre più giovani e situazioni sempre più difficili in cui il disturbo alimentare è spesso associato a comportamenti anticonservativi (self cutting, lesioni provocate tagliandosi o bruciandosi la pelle, idee suicidarie), depressione e disforia di genere”.

Esiste un minimo comune denominatore che possa giustificare tale malessere diffuso?
“Il disagio mentale, in particolare adolescenziale, deve trovare delle forme di gestione. Questo ha portato a un aumento dei comportamenti che servono all’attenuazione dell’angoscia. E i disturbi alimentari rappresentano una soluzione efficace per alleviare il disagio emotivo. Ma da tentativo per risolvere una trappola evolutiva diventano una patologia vera e propria”. Può essere difficile cogliere tale disagio? “Un tratto comune delle anoressiche è il perfezionismo, un livello di alta funzionalità. La personalità anoressiche viene spesso associata a una personalità ossessiva, ipercontrollante, che tende sempre a dare il massimo. Spesso sono ragazze molto brave a scuola. Vi è, però, una dissociazione interna tra aspetto intellettivo ed emotivo. L’aspetto intellettivo iper funziona, quello emotivo è ipo evoluto. Persone brillanti nelle quali può essere difficile cogliere un quadro depressivo”.

Cosa si può fare per aiutare?
“Rivolgersi ai centri specializziati anche se, purtroppo, non sempre è sufficiente. La soluzione al problema di questi pazienti non è il mangiare. Bisogna avere un approccio comprensivo, far sentire queste persone accolte, non stigmatizzate. Questi disturbi non sono capricci. La famiglia non deve negare il problema ma mettersi in discussione”.

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